3/11. Un anno dopo

Il 3/11 ero appena tornato da Tokyo, dove era rimasta mia moglie. Le notizie sulla crisi nucleare erano confuse. Avevo paura. A un anno di distanza mi sembra assurdo che il mio bisogno di sapere è stato per certi versi più efficiente di quello del governo giapponese.

L'antenna della Torre di Tokyo. 12 marzo 2011

L’11 marzo 2011 ero a Palermo, da poco tornato dal Giappone. Sawako, mia moglie, era rimasta a Tokyo, dove da qualche tempo avevamo deciso di trascorrere regolarmente parte dell’anno.
Avevo diverse ragioni per sentirmi vicino alla terribile gravità del disastro multiplo che aveva colpito il Giappone e stava preoccupando tutto il mondo.

A Tokyo non era successo niente di grave e Sawako era al sicuro, ma la distanza mi faceva sentire impotente. Certo, il mio tormento era nulla davanti alla dolorosa prova affrontata de tutte le persone delle zone raggiunte dello tsunami gigante.
Con le prime avvisaglie della crisi nucleare, la furia della tragedia sembrava inarrestabile. Ma era veramente difficile avere notizie chiare di quello che stava succedendo alle centrali nucleari Fukushima Daiichi e Fukushima Daiini, dove l’emergenza cresceva, diventando di ora in ora incombente come una spada di Damocle.

Nei primi giorni dopo il terremoto del Tohoku, il quarto più grande del mondo e il più forte mai avvenuto in Giappone, che con una magnitudo di 9.0 aveva scatenato il terribile tsunami con onde che in alcuni punti avevano raggiunto l’altezza di 40 metri, non era affatto chiaro se Fukushima poteva diventare un’altra Cernobyl, e se l’area metropolitana di Tokyo (la più grande del modo, con oltre 35 milioni di abitanti) sarebbe stata coinvolta, e in che misura.
Sulla situazione della crisi nucleare regnava una grandissima confusione. Durante la prima settimana dopo il 3/11 le notizie non erano molto affidabili. Facevo fatica a considerare credibili le autorità giapponesi. Era frustrante. Avevo paura.

Al di là delle differenze tra l’incidente di Cernobyl e quello di Fukushima, una cosa che si diceva era che il Giappone non era l’Unione Sovietica, che il Giappone è un paese avanzato, democratico e trasparente. Ma tutto questo strideva con la difficoltà di capire che cosa stava succedendo a Fukushima Daiichi.
Dal punto di vista mediatico Internet ha fatto la grande differenza tra Fukushima e Cernobyl. Non solo per la mole di informazioni e la velocità con cui circolavano, ma anche per l’efficienza emersa in alcuni progetti di collaborazione come ad esempio la Mappa Nnistar, la Mappa Safecast (1) e Wall of Shame (2), un progetto wiki per la valutazione della veridicità e correttezza delle notizie.

***

Decisi che per non farmi prendere dal panico e non sentirmi impotente dovevo cercare in tutti i modi di avere informazioni, il più possibile accurate e affidabili. Era l’unica cosa che potevo fare.
Così, dopo l’11 marzo ho trascorso il mio tempo su Internet. Dormivo poco, controllando le notizie e cercando di valutarne l’attendibilità. In breve tempo mi ero trasformato in una sorta di fact checker improvvisato e a tempo pieno, incollato al pc anche per fare uno spuntino. Con Sawako comunicavamo via Skype, scambiandoci informazioni.

Tra le altre informazioni utili, mi accorsi che l’Istituto meteorologico dell’Austria (ZAMG) pubblicava un bollettino quotidiano sulla situazione di Fukushima.
Il bollettino era in tedesco, ma usando il traduttore di Google potevo capire ciò che diceva. Le notizie fornite da ZAMG erano corredate da animazioni delle previsioni sulla diffusione della nube radioattiva.

Così, tra il 13 e il 14 marzo, dissi a Sawako che al momento a Tokyo non c’erano pericoli, ma che il 15 marzo sarebbe stato meglio rimanere in casa perchè la contaminazione radioattiva avrebbe raggiunto Tokyo.
Non l’avessi mai detto! Si arrabbiò dicendomi più o meno così: “Chi sei tu per dire queste cose! Qui si parla 24 ore su 24 della tragedia e nessuno ha mai detto cose del genere! Che cosa potresti sapere in più dei media e delle autorità giapponesi standotene al sicuro a Palermo? Sei ridicolo!”
Un’amica di Tokyo invece commentò l’animazione ZAMG che avevo condiviso su Facebook dicendo: “Bei colori”.

Naturalmente l’incomprensione momentanea fra me e Sawako si è ricomposta velocemente. Abbiamo spesso valutato insieme le informazioni raccolte su questo sito e abbiamo collaborato alla stesura di un rapporto dall’Italia per Sekai de hirogaru datsu genpatsu, un libro sulle conseguenze dell’incidente di Fukushima nel mondo.

Ma quei commenti per qualche momento mi avevano fatto credere di perdere il mio tempo senza nessuna utilità. La realtà giapponese, scandita disordinatamente dalle continue e forti scosse di assestamento, sembrava vacillare come in un film. In quei momenti incerti poteva sembrare vero o falso tutto e il contrario di tutto. Avevamo tutti bisogno di punti di riferimento solidi.
Ma a quanto pare in Giappone non c’erano conferme su alcune informazioni disponibili a tutti.

Riflettendo su queste cose, in poco tempo avevo ritrovato la lucidità e la calma rendendomi conto del fatto che su internet, scavalcando le barriere linguistiche, si poteva sapere molto più di quanto avessi sperato. Le informazioni dell’istituto meteorologico austriaco erano autorevoli, non erano una mia fantasia. Non ero io che mi illudevo di sapere qualcosa in più, era il sistema istituzionale giapponese che sembrava ripiegato sul sapere qualcosa in meno. E una parte di esso stava tentando deliberatamente di nascondere la realtà.

Cominciava ad essermi più chiaro che il nucleare non è soltanto la tecnologia più pericolosa del mondo per sua natura, lo è anche per la pericolosa mentalità del segreto diffusa nell’industria nucleare. Quella mentalità è nata durante la seconda guerra mondiale con il Progetto Manhattan e si è consolidata durante la guerra fredda (3). Oggi è anacronistica.

***

A un anno di distanza è spaventoso ripensare al fatto che mentre davo informazioni corrette a Sawako – che in quel momento non riusciva a credermi perché i principali media giapponesi non dicevano ciò che le dicevo io – le istituzioni giapponesi pianificavano l’evacuazione della popolazione senza tenere conto di tutte le informazioni disponibili (come quelle del CTBTO e di SPEEDI), mettendo in pericolo la popolazione.

Alla luce delle indagini effettuate da diverse commissioni d’inchiesta sull’incidente di Fukushima, tra cui il rapporto della commissione della fondazione RJIF, è chiaro che la confusione fu dovuta a una cattiva gestione della comunicazione da parte delle istituzioni e dal peso della mentalità della potente lobby nucleare, radicata in tutto il sistema giapponese, dalle istituzioni politiche, alle istituzioni scientifiche, fino ai media. Secondo l’indagine del RJIF, quello di Fukushima è stato un disastro nucleare complesso, gestito in maniera disastrosa (4).
Con le dovute differenze tra la vecchia URSS e il Giappone, la crisi di Fukushima ha evidenziato drammaticamente i limiti della politica e della democrazia giapponese.

Ho sempre pensato al Giappone come a un gigantesco laboratorio del futuro. Questo mi fa sperare che il paese potrà riprendersi dal terribile disastro multiplo che l’ha investito. Un disastro naturale, tecnologico e politico.
Per risorgere più forte di prima, come ha sempre fatto, probabilmente il Giappone dovrà risolvere il suo deficit politico e democratico.
Buona fortuna Giappone!

Segue


Note:
1. Safecast Global Map. Mappa wiki della contaminazione radioattiva basata sui dati di oltre 2.000.000 di misurazioni effettuate in Giappone. Safecast. 3 febbraio 2012.
2. Wall of Shame, progetto wiki per la valutazione della veridicità e correttezza delle notizie.
3. Kennette Benedict, The road not taken: Can Fukushima put us on a path toward nuclear transparency?. The Bullettin of the Atomic Scientists, 26 marzo 2011.
4. Yoichi Funabashi and Kay Kitazawa, Fukushima in review: A complex disaster, a disastrous response. Bulletin of the Atomic Scientists / SAGE, 5 marzo 2012 (pdf/html).


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Informazioni su Fabrice de Nola

Fabrice de Nola is an Italian-Belgian artist. His research and practice focuses in the fields of information architecture and augmented reality integrated to painting, site-specific installations, and cultural heritage sites.
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