Samovar

I disastri di Chernobyl e Fukushima hanno in comune un problema di trasparenza. Il segreto che avvolge i programmi nucleari è un problema anche per il referendum italiano sul nucleare.

Samovar d'argento d'epoca sovietica.
Fonte: Yannick Trottier, Wikimedia.

Negli anni ottanta Anatoly Alexandrov disse a Mikhail Gorbaciov che la centrale di Cernobyl sarebbe potuta stare, sicura come un samovar, nel centro della Piazza Rossa. Purtroppo non era vero.

Neanche la centrale nucleare Fukushima Daiichi è un placido samovar. Questo era piuttosto noto ad alcuni, ma non a tutti. E non era evidente per Tomoko-san, una donna che aveva otto anni quando fu installato un samovar dietro casa sua.

Tomoko-san, che oggi ha due figli, dice che prima del disastro non aveva idea del pericolo, altrimenti lo avrebbe combattuto.
Nella speranza che il governo giapponese renda prioritaria la protezione dei bambini, ha consegnato la sua Lettera da una madre di Fukushima alla giornalista del NYT Hiroko Tabuchi, che l’ha tradotta in inglese.

La segretezza che ha permeato tutti i programmi nucleari del mondo ha avuto inizio nel 1942 con il Progetto Manhattan, che produsse le prime bombe nucleari, sganciate nel 1945 su Hiroshima e Nagasaki. Per motivi di sicurezza militare, durante la guerra fredda la segretezza è stata mantenuta anche negli impianti nucleari civili. Così si è formata la mentalità tuttora diffusa nell’industria nucleare civile.
Kennette Benedict si chiede se il disastro di Fukushima potrà metterci su un percorso verso la trasparenza nucleare, sulla via non intrapresa a causa di questi motivi storici. Cordula Meyer dice che l’incidente ha distrutto una centrale nucleare, ma ha anche destabilizzato il sistema di conflitti d’interesse e segretezza su cui si basa l’industria nucleare giapponese. Forse Fukushima sta segnando una svolta.

Mi ricordo quante poche informazioni avevamo in Europa quando si è verificato il disastro di Cernobyl. Da un punto di vista madiatico il caso di Fukushima è completamente diverso: grazie a Internet il flusso di informazioni è imponente e velocissimo rispetto alle notizie che circolavano nel 1986, ma spesso è anche confuso e incerto. Ovviamente il Giappone non è l’URSS, che con l’episodio di Cernobyl mosse i primi passi della glasnost ma, con le dovute differenze, i due disastri hanno in comune un problema di trasparenza.
Cordula Meyer paragona lo stato della democrazia contemporanea giapponese con i presagi del libro Lo Stato nucleare di Robert Jungk, che nel 1979 descriveva quanto la mentalità del segreto associata alla tecnologia nucleare possa erodere una democrazia.
Dato che la Guerra Fredda è finita, il segreto che ancora oggi avvolge i programmi nucleari non è più giustificato, nè sostenibile. In un mondo ridotto dalla tecnologia e dalla globalizzazione a quasi un cortile domestico in cui l’opinione pubblica diventa sempre più istruita, l’onestà e la trasparenza sono necessarie. Percorrere “la via non intrapresa” sarebbe dunque auspicabile per estendere la glasnost all’industria nucleare, in Giappone e nel mondo.

Dato che i problemi di approvvigionamento energetico sono di crescente importanza per l’economia, l’ambiente e la salute, le decisioni in materia di energia non possono essere esclusivamente di natura economica o strategica. Probabilmente le centrali nucleari produrranno energia per il mondo ancora per molto tempo. Ma come tutti sanno, anche senza incidenti, l’energia nucleare che usiamo produce anche i grandi rischi e gli elevati costi di gestione dei rifiuti nucleari, sia nel presente che per il futuro. E il problema delle scorie nucleari resta anche se una centrale nucleare è stata spenta.
Finché va tutto bene, la tecnologia nucleare è meravigliosa e confortevole, ma i rischi ad essa collegati sono difficili da gestire e prevedere. In un articolo sul problema della valutazione del rischio, il fisico M.V. Ramana spiega perché il metodo di prevenzione dei pericoli attualmente in uso non è affidabile. Se questa tesi è valida, offre un altro motivo per ritenere che la tecnologia più pericolosa del mondo non sia ancora diventata una tecnologia sicura. Almeno non come quella del samovar.

Nel corso della storia gli umani hanno usato molte tecnologie lasciandone alcune per usarne altre. Non ci sono ragioni per non pensare di cambiare e per non incrementare la ricerca nel settore delle fonti energetiche rinnovabili. Bisognerebbe anche considerare che, come riportato da Asahi, secondo uno studio pubblicato ad aprile 2011 dal Ministero dell’Ambiente del Giappone, l’energia prodotta da fonti rinnovabili nelle regioni di Tohoku e Kanto, sarebbe in grado di generare la stessa energia prodotta dalle centrali nucleari esistenti nelle due regioni.

La Germania ha deciso di abbandonare l’energia nucleare entro il 2022 e la Svizzera per il 2034. L’Italia ha rinunciato al nucleare con un referendum nel 1987 e il 12 e 13 giugno 2011 il paese si pronuncerà con un nuovo referendum. Se gli italiani non hanno cambiato idea, il nuovo voto servirà a convincere chi non si è mai rassegnato alla decisione del 1987, come Enel, EDF, Areva e due fra i loro più decisi sostenitori: Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy.
Berlusconi ha detto che nel 1987 gli italiani “si sono messi di traverso” sulla via del futuro nucleare e che lui deve vigilare responsabilmente affinchè ciò non si ripeta. Secondo lui e Anne Lauvergeon, amministratore delegato di Areva, non bisogna riflettere sul nucleare sull’onda delle emozioni prodotte dal disastro di Fukushima (video in francese).
Va ricordato che il referendum italiano del 1987 si svolse un anno e mezzo dopo il disastro di Cernobyl. Il nuovo referendum è stato indetto prima degli incidenti di Fukushima. Ironia della sorte, l’Italia deciderà sull’uso dell’energia nucleare ancora una volta emozionata da un disastro nucleare.

Viviamo in una società tecnologica interconnessa e dobbiamo decidere di cose complicate sul nostro futuro, per le democrazie questo è un dato di fatto. Come nella vita quotidiana, succede di dover decidere in tempi difficili. Per queste ragioni abbiamo tutti bisogno di essere ben informati. Per chi ama la democrazia, l’informazione è un diritto e anche un dovere civico.
Nel 1943, quando l’opinione pubblica non si era ancora confrontata con la tecnologia nucleare, Paul Valéry disse che “la politica era in origine l’arte di impedire alle persone di interferire in ciò che le riguarda” e che “in epoca successiva divenne anche l’arte di forzare le persone a decidere su ciò che non capiscono”.
In questi giorni i principali media italiani non si occupano molto del problema del nucleare, né del referendum del 12 giugno 2011. Ma come può una nazione decidere su un tema così delicato se inoltre il secondo quotidiano italiano, tra errori e imprecisioni varie, quando parla della centrale nucleare Fukushima Daiichi la chiama Fukushima Daiini?

Da buoni italiani faremo affidamento sulle emozioni. Ma per cosa ci eravamo emozionati?


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Informazioni su Fabrice de Nola

Fabrice de Nola is an Italian-Belgian artist. His research and practice focuses in the fields of information architecture and augmented reality integrated to painting, site-specific installations, and cultural heritage sites.
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